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Prigionieri di mille password

Costretti a usare troppe parole chiave: come fare a non dimenticarle?

Ognuno di noi possiede una sola data di nascita, un coniuge (o neanche quello), un numero di figli da zero a tre (salvo eroiche eccezio­ni), un animale domestico, un codice fiscale, una città di residenza, un pa­io di targhe e alcune date memorabi­li. Con questo materiale costruiamo la password con cui scorrazziamo su Internet, e la rendiamo prevedibile. Quattro su dieci usano la stessa per tutti i siti dove sono registrati.

Marco Rossi, nato nel 1970 e sposato con Anna, sceglierà «marco70» oppure «annaemarco». Qualunque phisher dispettoso, e appassionato di Lucio Dalla, impiegherà pochi secondi a svelare l’arcano. Phising vuol dire: furto di dati sensibili. Nei giorni scorsi 20 mila utenti di Gmail (il servizio di posta di Google) e 10 mila utenti di Hotmail (Microsoft) hanno scoperto che il proprio nome utente/password era in rete a disposizione di tutti. Un attacco ai colossi dell’informatica? Probabilmente. Ma gli attaccati non erano contenti. Corriere.it suggerisce queste regole minime di sicurezza: a) lunghezza minima di 8 caratteri b) non usare parte del «nome utente» c) usare almeno una lettera maiuscola e un numero d) non riutilizzare la stessa password Google consiglia di cambiare password su ogni sito che si frequenta. Ma qui, come dicevamo, iniziano i problemi. La fantasia limitata produce password prevedibili; la fantasia scatenata ne produce di strampalate, e impossibili da ricordare.

Una soluzione è scegliere una password insolita, e riprodurla con piccole variazioni. Un’amica, impeccabile assistente di direzione, ha scelto «vaff…», e poi ha proseguito su quella strada («vaff…1», «vaff…2», «vaff….3» eccetera). In alternativa usa il grido dei «ragazzi perduti» in Capitan Uncino: «Bangarang!». Non vorrei essere il suo capo. Per evitare d’essere prevedibile, qualcuno usa i generatori automatici di password, che creano stringhe prive di ogni logica (324dnsccdf74dl7ASa2Wanto92op7234).

Gli stessi risultati si possono ottenere imitando Pollini sulla tastiera, o dando campo libero alla nipotina di due anni. Altra possibilità: dotarsi di dozzine di password e riunirle, grazie a un piccolo software denominato «portachiavi» (o altri nomi falsamente rassicuranti). Per accedervi, però, c’è bisogno di una password. Persa quella, siete nei guai. Un altro incidente comune: dimenticare sia la password sia le risposte alle «domande d’identificazione» necessarie per recuperarla (il computer chiede «Nome della fidanzata?». Ma il giovane Ugo, noto rubacuori, non ricorda chi fosse, in quel periodo, la fortunata). Un suggerimento?

Be’, le password sono diventate una proiezione della nostra identità: accedo, dunque sono. Consigliamo, quindi, di cambiare spesso, prendendo spunto dalla proprie vicende personali. Prendiamo la giornata di ieri, e mettiamoci nei panni di alcuni protagonisti della cronaca. Roman Polanski potrebbe scegliere «maipiùelvetico».

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